Di Donatella Moica
IViviamo un tempo che molti definiscono di multi-crisi. Non è solo una crisi economica, o solo climatica, o solo sociale. È un intreccio. È un clima diffuso di ansia, di paura del diverso, di perdita di fiducia che attraversa le generazioni e inevitabilmente si riflette nel mondo del lavoro e dell’impresa.
Sappiamo che qualcosa non funziona più. Lo sentiamo nelle conversazioni quotidiane, nelle scelte sempre più difensive, nell’orizzonte che si accorcia. E quasi tutti, in modi diversi, indichiamo l’economia e il potere che ne deriva come uno dei nodi principali.
Ma c’è una domanda che raramente ci poniamo fino in fondo: come siamo diventati, ciascuno di noi, parte di questo grande teatro che ha prodotto le conseguenze che oggi critichiamo?
Non è una domanda accusatoria. È una domanda di responsabilità.
Qui entra in gioco una dimensione spesso sottovalutata: la narrazione.
Siamo animali narrativi. Non è una metafora suggestiva. È una descrizione accurata della nostra struttura mentale e sociale. Fritz Breithaupt parla del cervello narrativo come di un dispositivo che trasforma le relazioni e gli eventi in storie capaci di orientare giudizi e decisioni. Yuval Noah Harari, nel suo Sapiens, sostiene che la capacità di inventare storie condivise e di credervi collettivamente abbia reso la nostra specie dominante sul pianeta.
Pensiamo a un esercizio semplice. Se a ciascuno di noi viene chiesto di ricordarsi bambino, ciò che emerge non è un elenco di dati, ma un racconto. Una scena, un volto, una voce, un’emozione. La nostra identità non è un archivio di informazioni: è una trama. È fatta di storie che ci riguardano e che riguardano gli altri.
Ma delle narrazioni non siamo solo autori. Siamo anche immersi, avvolti, a volte catturati.
Le storie che ci circondano sono ovunque: nei media, nel linguaggio politico, nelle aziende, nei modelli educativi, nei social, nelle conversazioni. Ci raccontano cosa significhi avere successo, cosa voglia dire fallire, cosa sia desiderabile, cosa sia temibile. Ci dicono quali paure siano legittime e quali aspirazioni siano realistiche.
E poiché siamo animali sociali (anche questo ce lo ricorda Harari) viviamo in gruppi, piccoli e grandi, che si regolano attraverso narrazioni condivise. Le comunità si tengono insieme perché credono nelle stesse storie. Per essere accettati, bisogna riconoscersi in quei racconti. Bisogna considerarli veri, o almeno plausibili.
Se la storia dominante dice che il valore coincide con la crescita illimitata, tenderemo a considerare la crescita un bene in sé. Se la storia dominante dice che il successo è competizione permanente, impareremo a misurarci su quella scala. Se la storia dominante normalizza un linguaggio aggressivo o disumanizzante, quel linguaggio diventerà gradualmente cultura.
È così che, spesso senza rendercene conto, diventiamo collaboratori inconsapevoli di un modello che oggi critichiamo. Non perché siamo malintenzionati, ma perché abbiamo interiorizzato le sue storie.
E qui la domanda si fa più radicale: cosa succederebbe se cambiassimo narrazione?
Se invece di raccontarci che l’unica misura del valore è il risultato immediato, iniziassimo a raccontare che il valore include la qualità delle relazioni, la salute degli ecosistemi, la dignità del lavoro? Se smettessimo di considerare inevitabile il cortotermismo e iniziassimo a pensare in termini di generazioni?
Le narrazioni non restano parole. Orientano scelte. Modellano emozioni. Generano comportamenti.
E cosa muove più di ogni altra cosa le nostre azioni? Le emozioni.
Le decisioni non sono mai puramente razionali. Sono intrecciate a ciò che abbiamo vissuto, alle nostre paure, ai nostri desideri, alle nostre esperienze. E queste emozioni sono ancorate alla nostra storia personale. Se la nostra identità è fatta di narrazioni, allora anche la nostra capacità di agire in modo diverso dipende dal modo in cui raccontiamo quella storia.
Qui si apre uno spazio decisivo.
Se colleghiamo la nostra storia personale alla costruzione di nuove narrazioni collettive, cosa può accadere? Se riconosciamo che il modo in cui interpretiamo il nostro percorso influenza il modo in cui facciamo impresa, prendiamo decisioni, esercitiamo potere?
Forse potremmo iniziare a costruire una consapevolezza diversa. Una cittadinanza terrestre, per usare un’espressione che richiama l’idea di appartenenza a una comunità di destino più ampia. Non una cittadinanza astratta, ma incarnata nelle scelte economiche, nei progetti, nelle politiche aziendali.
La trasformazione del modello economico di cui parliamo non può avvenire solo attraverso riforme tecniche. Ha bisogno di una trasformazione dal basso e quindi di nuove storie in cui credere. Non per manipolare, ma per rendere visibile ciò che finora è stato considerato secondario. Non per negare ciò che di buono è stato costruito, ma per evolverlo.
In questo senso, lavorare sulla narrazione non è un esercizio estetico. È un atto di responsabilità. Significa interrogare le storie che guidano le nostre scelte professionali. Significa chiedersi quali emozioni alimentano il nostro modo di fare impresa. Significa riconoscere che ogni decisione economica è anche una decisione simbolica.
Se siamo arrivati a un punto in cui “le cose non vanno più”, forse non basta correggere alcune procedure. Forse dobbiamo avere il coraggio di riscrivere alcune storie.
Non da soli, non contro qualcuno, ma insieme.
La domanda non è se le narrazioni influenzano la realtà. Lo fanno.
La domanda è quali narrazioni vogliamo abitare e contribuire a rendere credibili.
Da questa domanda nasce il lavoro che porta avanti Story Shore: creare spazi in cui le persone possano riconoscere le storie che le hanno formate, comprendere come quelle storie orientano le loro scelte e iniziare a costruirne di nuove, più coerenti con le sfide del nostro tempo.
Perché se la nostra specie è diventata ciò che è grazie alla capacità di inventare e condividere storie, forse è proprio da lì che può cominciare la trasformazione di cui oggi ha bisogno.



