Abbiamo davvero già perso la battaglia contro il cambiamento climatico?

Di Carola Freschi

È estate, stai iniziando a preparare la cena. Sei tornato da poco a casa dal lavoro e fa ancora un caldo infernale. Ti versi un bicchiere d’acqua e aggiungi del ghiaccio. In ufficio non c’è l’aria condizionata. Sei già di malumore.

Accendi il televisore e parte subito uno dei soliti servizi al telegiornale.

Ondate di calore. Incendi. Siccità. Il Mediterraneo più caldo del normale. La foto di una specie tropicale avvistata al largo delle coste italiane. Il giornalista parla di cambiamento climatico, emissioni, Accordo di Parigi, net zero. Parte il solito grafico rosso e arriva la frase che hai già sentito decine di volte: “Dobbiamo limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.”

Inizia un programma di approfondimento sul tema. In studio si scaldano gli animi. C’è chi parla di emergenza, chi ricorda che il clima è sempre cambiato, chi dice che ormai è troppo tardi. Qualcun altro sostiene che 1,5°C li abbiamo già superati e quindi, in qualche modo, abbiamo già fallito.

Nel frattempo il ghiaccio nel bicchiere comincia a sciogliersi. E tu pensi…

cosa pensi?

Cerchiamo un attimo di capire cosa sta succedendo per davvero, partendo proprio da quei 1,5°C.

Ma 1,5 °C in più rispetto a cosa, esattamente?

Per capirlo dobbiamo tornare un attimo indietro.

Parigi, 2015. I rappresentanti di quasi tutti i paesi del mondo si riuniscono per discutere di cambiamento climatico. Alla fine della conferenza, 195 Parti adottano l’Accordo di Parigi.

La scienza sostiene che da più di un secolo bruciamo quantità sempre maggiori di carbone, petrolio e gas per produrre energia, muoverci, costruire, produrre. Il risultato è stato un rapidissimo aumento della quantità di CO₂ e altri gas serra presenti nell’atmosfera, i quali stanno trattenendo il calore che altrimenti verrebbe disperso verso lo spazio.

Più aumenta la loro concentrazione, più aumenta la temperatura media del pianeta.

Per sapere di quanto lo abbiamo scaldato, viene identificato un punto di partenza, definito il livello preindustriale. Questo termine si riferisce al periodo 1850-1900. La temperatura media di quegli anni viene utilizzata come riferimento per rappresentare il clima prima che le emissioni prodotte dalle attività umane crescessero rapidamente. È da lì che iniziamo a contare.
I paesi si accordano quindi per mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, facendo il possibile per limitarlo a 1,5°C.
Ecco da dove arrivano quei famosi 1,5°C. Sono prima di tutto un obiettivo: limitare il più possibile quanto ancora riscalderemo il pianeta.

Ma perché proprio 1,5°C? Cosa cambia rispetto a 2°C o 3°C?

Per capirlo, bisogna prima chiarire come facciamo a parlare del clima di un futuro che, ovviamente, non possiamo conoscere.

Una volta compreso che le attività umane stanno causando il riscaldamento globale, gli scienziati hanno sviluppato diversi scenari climatici. Utilizzando i dati raccolti nel tempo e i modelli climatici, studiano come fenomeni come ondate di calore, siccità ed eventi estremi cambiano al variare della temperatura globale e valutano, con diversi livelli di certezza, cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni a diversi livelli di riscaldamento.

In questo modo, gli scienziati possono confrontare cosa potrebbe succedere in un mondo più caldo di 1,5°C, 2°C o 3°C e indicare anche quanto sono sicuri di quelle conclusioni.

Su alcune conclusioni il livello di certezza è ormai altissimo. L’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, definisce inequivocabile che l’influenza umana abbia riscaldato atmosfera, oceani e terre emerse. Per altre conclusioni utilizza un linguaggio probabilistico preciso: virtually certain, per esempio, indica una probabilità del 99–100%. È virtually certain che la parte superiore degli oceani si sia riscaldata dagli anni Settanta. E sappiamo che il riscaldamento degli oceani continuerà nel corso del XXI secolo in tutti gli scenari considerati. Nel Sud Europa, per esempio, l’IPCC stima che il rischio di scarsità d’acqua diventi alto già a 1,5°C e molto alto a 3°C, una conclusione valutata con high confidence. A 2°C, più di un terzo della popolazione del Sud Europa potrebbe essere esposta a scarsità d’acqua.

Non significa quindi dire: “nel 2050 ci sarà sicuramente una siccità”. Significa poter dire: se il pianeta raggiunge un certo livello di riscaldamento, sappiamo che alcuni rischi aumentano, e possiamo stimare quanto con diversi gradi di certezza.

Prendiamo qualcosa di molto concreto: il mais. Secondo l’IPCC, in Europa le perdite nella resa potrebbero essere comprese tra il 10 e il 25% in un mondo più caldo di 1,5–2°C, arrivando al 50–100% con 4°C di riscaldamento, con gli impatti maggiori nel Sud Europa.

E il problema, ovviamente, non si ferma al campo. Una resa più bassa significa meno materia prima disponibile, possibili variazioni dei prezzi e conseguenze che possono propagarsi lungo la filiera: da chi coltiva il mais a chi lo trasforma, lo acquista o lo utilizza nei propri prodotti.

È qui che 1,5°C, 2°C o 3°C smettono di essere soltanto numeri su un grafico. Per un’impresa possono tradursi in condizioni molto diverse in cui produrre, acquistare, investire e pianificare.

Ma quindi siamo spacciati?

A questo punto viene spontanea una domanda: se 1,5°C è l’obiettivo, perché continuiamo a leggere che lo abbiamo già superato?

Quindi abbiamo già fallito?
Non esattamente.

Oggi il riscaldamento globale di lungo periodo è già di circa 1,3 – 1,4 °C rispetto ai livelli preindustriali. Ma nel 2024, per la prima volta, la temperatura media globale di un intero anno ha superato 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Nel 2025 è tornata leggermente sotto. E nell’agosto 2026, il singolo mese ha nuovamente superato quella soglia.

Sembra un controsenso, ma non lo è.

La temperatura globale non aumenta seguendo una linea perfettamente dritta. Oscilla naturalmente di mese in mese e di anno in anno: fenomeni come El Niño e La Niña, per esempio, possono contribuire a rendere alcuni periodi temporaneamente più caldi o più freddi.
Per capire dove sta andando davvero il clima, quindi, non basta guardare un mese o un anno. Bisogna osservare la tendenza nel lungo periodo.
Un mese sopra 1,5°C, un anno sopra 1,5°C e un pianeta stabilmente più caldo di 1,5°C sono tre cose diverse. Il superamento della soglia per un singolo anno è un segnale importante, ma non significa che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sia improvvisamente fallito.

1,5°C non è un interruttore.

Ed è qui che la differenza tra 1,5°C, 2°C e 3°C diventa importante.

Non sono tre soglie che separano un mondo “sicuro” da uno “catastrofico”. Sono livelli diversi di riscaldamento, associati a rischi diversi. Se superiamo 1,5°C, evitare 1,6°C continua a contare. Se arriviamo a 2°C, evitare 2,5°C continua a contare. Non arriva un momento in cui “tanto ormai è fatta”. Ogni frazione di grado conta.

E sappiamo dove arriveremo?

No.

Quando vedi un grafico sul clima, probabilmente avrai notato quelle linee che, a un certo punto, iniziano a prendere strade diverse. Sono gli scenari climatici. Non ci dicono esattamente cosa succederà nel 2050 o nel 2100. Ci mostrano piuttosto come potrebbe cambiare il clima seguendo percorsi diversi.

Se continueremo a emettere grandi quantità di gas serra, avremo una traiettoria. Se le emissioni diminuiranno rapidamente, ne avremo un’altra. Ed è per questo che quelle linee, andando avanti nel tempo, si allontanano. Ma cosa decide quale linea seguiremo?

In parte, cose molto più concrete di quanto possa sembrare guardando un grafico.

Dipende da come produciamo l’energia che accende le nostre case e le nostre aziende, da come ci spostiamo, da quello che mangiamo e dagli edifici che costruiamo. Dipende dalle politiche dei governi, ma anche dalle imprese: da cosa decidono di produrre, da quali materiali acquistano, da come organizzano le proprie filiere, da dove arriva la loro energia e dalle soluzioni su cui scelgono di investire. E dipende anche dalle nostre scelte come consumatori e cittadini: cosa compriamo, cosa mangiamo, come ci muoviamo e quali cambiamenti chiediamo alle aziende e alle istituzioni.

Naturalmente, non tutte queste decisioni pesano allo stesso modo. Ma è proprio dall’insieme di milioni di decisioni, prese a livelli diversi, che quelle linee sul grafico cominciano ad allontanarsi.

Alcuni cambiamenti climatici sono già in corso e altri non possono più essere completamente evitati. Ma questo non significa che il resto sia già deciso.

C’è ancora una differenza enorme tra un mondo più caldo di 1,5°C, 2°C o 3°C. Superare una soglia non rende inutile evitare quella successiva. Ogni frazione di grado che riusciamo a non aggiungere significa rischi che possiamo ancora ridurre.

Il servizio è finito. Il ghiaccio nel bicchiere ormai si è sciolto e fuori fa ancora un caldo infernale.

Non sappiamo esattamente quale delle linee di quel grafico seguiremo. Ma sappiamo che non è già tracciata. E forse la vera domanda è: quell’aria condizionata vale davvero la pena di installarla?