Di Donatella Moica
Pensiamo spesso alle narrazioni come a qualcosa che viene dopo i fatti. Prima accade qualcosa, poi lo raccontiamo.
Ma tra ciò che accade e il modo in cui lo raccontiamo a noi stessi e agli altri esiste uno spazio molto più complesso. Quando raccontiamo un’esperienza selezioniamo alcuni elementi, ne tralasciamo altri, stabiliamo relazioni tra cause e conseguenze, attribuiamo significati. E lo facciamo attraverso le parole e le categorie che abbiamo a disposizione.
Per questo una narrazione non è mai soltanto la descrizione della realtà. È uno dei modi attraverso cui le diamo forma e significato.
Animali narrativi
Ognuno di noi arriva davanti alla realtà con una storia.
La famiglia nella quale siamo cresciuti, l’educazione ricevuta, i luoghi che abbiamo abitato, le esperienze attraversate, le persone incontrate hanno contribuito a costruire il nostro modo di interpretare ciò che ci accade.
Ma non ci sono soltanto le nostre storie individuali.
Ci sono le narrazioni collettive dentro le quali siamo cresciuti: quelle trasmesse dalla scuola, dalla letteratura, dal cinema, dalla pubblicità, dai media, dalla politica, dalle organizzazioni nelle quali lavoriamo.
Nel tempo impariamo, spesso senza rendercene conto, che cosa una determinata società considera successo o fallimento, quali comportamenti associa alla leadership, quale posto attribuisce al lavoro nella vita, cosa si aspetta da una donna o da un uomo, che cosa significa fare impresa, crescere, produrre, avere successo.
Queste narrazioni non determinano automaticamente le nostre scelte, ma contribuiscono a costruire il quadro all’interno del quale le compiamo.
Ci dicono cosa è normale, cosa è desiderabile e, soprattutto, cosa riteniamo possibile.
Le parole con cui nominiamo la realtà contano
Pensiamo, per esempio, alla parola fallimento.
Possiamo raccontare un’esperienza professionale che non ha prodotto il risultato atteso come la prova della nostra incapacità. Oppure possiamo inserirla in una storia più ampia, nella quale quell’esperienza ci ha costretto a modificare una strategia, acquisire competenze o cambiare direzione.
L’evento non cambia.
Cambia il significato che gli attribuiamo e, con esso, possono cambiare le nostre decisioni successive. Può cambiare il modo in cui vediamo noi stessi, il lavoro e il mondo intorno a noi da quel momento in poi.
Lo stesso accade con le parole attraverso cui definiamo noi stessi o veniamo definiti dagli altri. Non sono capace. Non sono portata per questo. Sono sempre stata quella forte. Non so farmi rispettare. Se continuiamo a ripetercele, o se le ascoltiamo ripetere da persone alle quali riconosciamo autorevolezza — un genitore, un insegnante, un capo — quelle parole possono progressivamente entrare nel racconto che facciamo di noi stessi. Un giudizio, una convinzione o l’interpretazione di un comportamento possono finire per sembrarci una caratteristica stabile della nostra identità.
Questo non significa che sia sufficiente raccontarsi una storia diversa perché la realtà cambi. Sarebbe una semplificazione pericolosa.
I fatti esistono. I vincoli economici esistono. Le disuguaglianze esistono. I cambiamenti climatici, le crisi, i conflitti e le trasformazioni sociali producono conseguenze concrete indipendentemente dal modo in cui decidiamo di raccontarli.
Ma le narrazioni attraverso cui interpretiamo questi fenomeni influenzano il modo in cui reagiamo ad essi.
Tra negare la realtà e considerarla immutabile esiste uno spazio nel quale possiamo ancora scegliere come agire.
Ogni giorno una quantità enorme di parole arriva fino a noi attraverso giornali, televisioni, social media, pubblicità, dichiarazioni pubbliche. Nessun racconto può restituire la realtà nella sua interezza e ogni racconto passa inevitabilmente attraverso lo sguardo di chi racconta: per raccontare siamo costretti a scegliere cosa mettere in primo piano, quali parole utilizzare, quali fatti collegare, quale punto di osservazione assumere.
Il problema nasce quando dimentichiamo che quella che stiamo ricevendo è una rappresentazione della realtà, non l’unica realtà possibile.
Pensiamo a quanto le parole scelte per raccontare un fenomeno migratorio, una guerra, una protesta, una crisi economica o il comportamento di una generazione possano modificare la percezione delle persone coinvolte.
Non è la stessa cosa parlare di una persona o identificarla esclusivamente con una categoria. Non è la stessa cosa raccontare un comportamento e utilizzarlo per definire un intero gruppo.
E quando una narrazione diventa dominante, il rischio è proprio questo: smettere di percepirla come una prospettiva e cominciare a confonderla con la realtà stessa.
Le parole con cui guardiamo gli altri
C’è un aspetto di tutto questo particolarmente significativo, perché riguarda la nostra capacità di stare in relazione.
Le parole possono avvicinarci agli altri, ma possono anche creare distanze.
Se conosco una persona attraverso una definizione che la precede, rischio di incontrare prima la categoria e soltanto dopo l’individuo. E qualche volta l’individuo non riesco più a vederlo.
Succede con le differenze culturali, generazionali, sociali, di genere. Succede ogni volta che una parola diventa abbastanza grande da contenere, e quindi semplificare, la complessità di una persona.
Forse è anche per questo che oggi diventa così difficile ascoltare prospettive diverse dalle nostre. Non sempre discutiamo a partire dagli stessi fatti interpretandoli diversamente; qualche volta abitiamo narrazioni talmente distanti da utilizzare parole diverse persino per nominare ciò che stiamo osservando.
Provare ad assumere la prospettiva dell’altro non significa condividerla né rinunciare alle proprie convinzioni. Significa provare a comprendere da quale luogo, da quale esperienza, da quale insieme di parole l’altro sta guardando la realtà.
È un esercizio che riguarda la convivenza, ma anche la leadership, il lavoro, le imprese e qualsiasi luogo nel quale persone differenti siano chiamate a costruire qualcosa insieme.
Le narrazioni possono restringere o ampliare il futuro
Questo riguarda anche il modo in cui raccontiamo le grandi trasformazioni che stiamo attraversando.
Pensiamo al cambiamento climatico.
Dire “ormai è troppo tardi” non equivale a dire “il problema non esiste”. Eppure, entrambe le narrazioni possono condurre allo stesso risultato: l’inazione.
All’estremo opposto, raccontare che la tecnologia troverà comunque una soluzione può diventare un altro modo per rimandare le decisioni necessarie.
Tra catastrofismo e rassicurazione esiste però la possibilità di costruire una narrazione fondata sui dati, capace di riconoscere la gravità di ciò che sta accadendo senza trasformare il futuro in qualcosa di già deciso.
Le narrazioni possono modificare ciò che una persona, un’organizzazione o una comunità ritiene possibile fare davanti al mondo.
Riconoscere le storie dentro cui viviamo
Il primo passo è imparare ad accorgerci delle narrazioni.
Quali idee sul successo abbiamo ereditato?
Che cosa abbiamo imparato a considerare una carriera riuscita?
Quale modello di leadership continuiamo a riprodurre?
Quale idea di crescita guida ancora le nostre imprese?
Quali storie raccontiamo alle nuove generazioni sul lavoro, sul futuro, sulla possibilità di cambiare le cose?
E potremmo aggiungere: quali parole utilizziamo per raccontare noi stessi? Quali abbiamo ricevuto dagli altri e abbiamo finito per fare nostre? Quali utilizziamo per definire chi è diverso da noi?
Non si tratta di sostituire una narrazione con un’altra più rassicurante.
Si tratta di riconoscere che tra la realtà e il modo in cui la interpretiamo esiste uno spazio di consapevolezza.
Ed è proprio in quello spazio che possiamo interrogarci sulle storie che abbiamo ricevuto, su quelle che continuiamo a raccontare e su quelle che non sono più sufficienti per il mondo nel quale viviamo.
Prima di cambiare una storia dobbiamo accorgerci che è una storia.



