L’europa sta riscrivendo le regole della sostenibilità aziendale

Di Carola Freschi – esperta di Corporate Sustainability

Il pacchetto Omnibus modifica la CSRD e riapre il dibattito: come ridurre i costi per le imprese senza compromettere la trasparenza dei mercati?

Negli ultimi anni si è parlato sempre di più di bilanci di sostenibilità, impatti, rendicontazione ESG, CSRD ed ESRS. Tanti termini che hanno reso il quadro complesso da seguire. Eppure, l’idea alla base è più semplice di quanto sembri.
Fino a pochi anni fa ogni azienda era libera di raccontare la propria sostenibilità come preferiva. C’era chi pubblicava report molto dettagliati, chi comunicava solo alcuni dati e chi non pubblicava nulla. Il risultato era un sistema poco confrontabile, in cui distinguere un’impresa realmente sostenibile da una semplicemente più brava a fare comunicazione era difficile. 
Tutto quello che è successo da lì in poi rappresenta un tentativo di risolvere questo problema.

La CSRD e I cambiamenti del pacchetto OMNIBUS

Approvata nel 2022, la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) costituisce uno dei pilastri del Green Deal europeo. Essa stabilisce quali imprese devono rendicontare la propria sostenibilità e secondo quali regole. Gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards), invece, stabiliscono quali informazioni devono essere comunicate e come devono essere presentate. L’obiettivo è semplice: fare in modo che le imprese parlino la stessa lingua, così che investitori, banche e altri stakeholder possano confrontarle utilizzando dati affidabili e comparabili.

Fino a pochi mesi fa, la direttiva prevedeva che le società già soggette alla precedente Non-Financial Reporting Directive (NFRD) pubblicassero i primi report nel 2025, le aziende che soddisfacevano almeno due dei tre criteri dimensionali (oltre 250 dipendenti, 50 milioni di euro di fatturato netto o 25 milioni di euro di totale dell’attivo) nel 2026 e le PMI quotate nel 2027. 

Nel complesso, gli obblighi di rendicontazione sarebbero passati da circa 11.000 a quasi 50.000 imprese europee.

Con il pacchetto Omnibus, proposto dalla Commissione europea nel febbraio 2025, il quadro viene semplificato. A partire dal 2027, l’obbligo di rendicontazione riguarderà solo le aziende con oltre 1.000 dipendenti e più di 450 milioni di euro di fatturato annuo. 

Perché l’Europa ha deciso di fare un passo indietro?

Quando la Commissione Europea ha presentato il pacchetto Omnibus, molti titoli hanno parlato di una “retromarcia” sulla sostenibilità. In realtà, la questione è più complessa. L’obiettivo dichiarato della riforma non è abbandonare la rendicontazione di sostenibilità, ma ridurne il peso amministrativo, semplificando alcuni requisiti e limitando il numero di imprese coinvolte.

Infatti, negli ultimi anni il quadro normativo europeo è diventato sempre più complesso: CSRD, Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), Tassonomia UE, Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR). Per molte aziende, soprattutto di medie dimensioni, adeguarsi a questi obblighi ha richiesto investimenti significativi in consulenza, raccolta dati, sistemi informativi e governance interna. La paura era di limitare ulteriormente la competitività delle imprese europee, in un momento storico già di per sé complesso.

Perché questi dati sono così importanti?

Esiste però anche un’altra prospettiva.

Le informazioni di sostenibilità non servono soltanto a raccontare quanto un’azienda sia “green”. Negli ultimi anni sono diventate uno strumento utilizzato da investitori, banche e assicurazioni per valutare rischi e opportunità.

Un’impresa esposta a eventi climatici estremi, con una filiera vulnerabile o con problemi di governance presenta rischi diversi rispetto a un’azienda che ha già affrontato questi temi. Per questo motivo la qualità delle informazioni è sempre più importante nelle decisioni economiche.

Ridurre il numero di imprese obbligate a rendicontare significa quindi alleggerire i costi per molte aziende, ma anche diminuire la quantità di dati disponibili per chi deve prendere decisioni di investimento, concedere credito o valutare i propri fornitori.

In altre parole, il dibattito non riguarda soltanto la sostenibilità. Riguarda la qualità delle informazioni su cui si basano i mercati.

La sfida dei prossimi anni

La domanda quindi diventa come far si che il mercato possa prendere decisioni informate, senza imporre costi sproporzionati alle imprese.

Ogni informazione ha un costo. Raccoglierla, verificarla e comunicarla richiede tempo e risorse. Ma anche l’assenza di informazioni ha un prezzo: dati incompleti o non comparabili aumentano l’incertezza e rendono più difficile valutare rischi, opportunità e resilienza nel lungo periodo.

Per questo, competitività e trasparenza non dovrebbero essere viste come due obiettivi in contrapposizione. La vera sfida è trovare un equilibrio. Un sistema di reporting efficace non dovrebbe chiedere di misurare tutto, ma ciò che è davvero rilevante. Dovrebbe semplificare dove possibile, eliminare le duplicazioni e sfruttare la digitalizzazione per ridurre i costi, senza rinunciare alla qualità delle informazioni.

Nei prossimi mesi sarà proprio questo l’aspetto da osservare. Il dibattito sulla CSRD difficilmente si concluderà con il pacchetto Omnibus. Più probabilmente, rappresenta l’inizio di una nuova fase, in cui l’Europa dovrà dimostrare di poter conciliare due esigenze apparentemente opposte: mantenere le imprese competitive in un contesto globale sempre più complesso e continuare a costruire mercati basati su informazioni affidabili e comparabili.

In fondo, stiamo assistendo ai primi passi di un cambiamento profondo nel modo in cui misuriamo il valore delle imprese. Come ogni trasformazione, richiederà inevitabilmente correzioni di rotta. In fondo, ogni grande trasformazione richiede un periodo di assestamento. La sfida non sarà scegliere tra competitività e sostenibilità, ma costruire regole capaci di far avanzare entrambe.