Un fungo nella città della pelle

Di Carola Freschi – esperta di Corporate Sustainability

Da sempre, Firenze è considerata la città della pelle. Scarpe, borse, cinture: basta fare pochi passi in centro per osservare con i propri occhi quanto l’arte della lavorazione della pelle sia ormai diventata parte integrante dell’identità economica e culturale della città.

Eppure, negli ultimi anni l’industria della moda si confronta sempre di più con il proprio impatto ambientale, e anche uno dei materiali più antichi e simbolici del Made in Italy sta iniziando a porsi le stesse domande. Da qui una domanda; cosa succede quando la tradizione diventa il punto di partenza per l’innovazione? Può sembrare un paradosso: se è nuovo, non è più tradizione, si potrebbe obiettare. Eppure, non è forse la tradizione stessa frutto di cambiamenti avvenuti nel corso del tempo, che l’hanno portata a essere quello che è oggi? 

In ogni caso, il dubbio non è tanto se tutta la tradizione debba cambiare, ma come le nuove sensibilità e i nuovi valori che si stanno diffondendo nella società possano aprire spazi per costruire qualcosa di nuovo, partendo da essa. È proprio qui che si inserisce Muskin.

Muskin: dalla tradizione all’innovazione

Siamo sempre nel territorio fiorentino, ma questa volta, niente mucche. Questa pelle cresce sugli alberi. Ebbene sì, Muskin produce pelle a partire dal corpo di un grande fungo parassita, chiamato Phellinus ellipsoideus, che attacca gli alberi delle foreste subtropicali. La pelle che risulta dalla sua lavorazione è morbida ed elastica, come il camoscio, ma anche estremamente resistente grazie alla chitina, un polimero naturale che si trova anche nel carapace dei crostacei. 

Nato per sopravvivere alle tempeste subtropicali, resiste benissimo ai nostri temporali. 

Muskin è certificato PETA e ha ottenuto il rating massimo da Animalfree.info (LAV). Ciò che lo rende unico nel suo genere è che, se altri materiali in circolazione usano il micelio (minuscoli filamenti trasformati in fogli), MuSkin usa proprio il corpo del fungo. Inoltre, molti altri tessuti plant-based richiedono ancora una componente di poliuretano per raggiungere le prestazioni necessarie. MuSkin, invece, dichiara di non utilizzare derivati del petrolio. Questo gli permetterebbe di evitare uno dei principali compromessi del settore e di rimanere biodegradabile anche a fine vita.

A sviluppare il materiale è Grado Zero Lab, un laboratorio di ricerca che ha l’obiettivo di trasferire conoscenza e tecnologie usate in settori lontani dal quotidiano, come quello aerospaziale o chirurgico, alla vita di tutti i giorni.

Tra una mucca e la plastica, un fungo

Per decenni ci è stata data una scelta: la pelle animale, prodotta come coprodotto dell’industria della carne, con tutte le implicazioni etiche e ambientali che porta con sé; oppure la cosiddetta “pelle vegana”, una formulazione rassicurante ma che nella maggior parte dei casi indica semplicemente plastica, derivata dal petrolio, non biodegradabile e destinata a restare nell’ambiente per secoli dopo che l’ultima cucitura si sarà consumata.

È in questo spazio, tra pelle animale e alternative sintetiche, che nuovi materiali come MuSkin cercano di aprire una terza strada. Ma la strada è ancora lunga. La verità è che al momento una sostituzione, anche voluta, sarebbe impossibile. Bolt Threads, un’azienda americana che ha sviluppato un prodotto simile chiamato Mylo, ha esemplificato proprio quanto sia complesso questo passaggio. La start-up, infatti, nonostante i 300 milioni di dollari di investimento e le partnership con Adidas, Stella McCartney e Lululemon, ha sospeso la produzione nel 2023 a causa di problematiche legate proprio al passaggio dal laboratorio alla scala commerciale. 

Il punto, quindi, almeno per ora, non è tanto capire se l’innovazione riuscirà o no a sostituire la tradizione, ma quali opportunità e strade questa apre per la tradizione stessa. 

Perché se un materiale innovativo può essere tagliato, lavorato e trasformato attraverso competenze sviluppate in secoli di artigianato, allora innovare non significa necessariamente abbandonare una tradizione. Potrebbe essere il modo per permetterle di continuare ad esistere nel lungo termine.

Perché fare sostenibilità oggi?

Per questo vale la pena pensare alla sostenibilità già oggi, prima che diventi un obbligo o un’ovvietà. A posteriori, diciamocelo, sono bravi tutti: è facile riconoscere una buona intuizione quando il mercato l’ha già premiata. Il difficile è crederci prima, quando è ancora solo un’intuizione. Nel 2012, MuSkin era poco più di questo: dieci chili di un fungo raccolto senza alcuna certezza che qualcuno, un giorno, avrebbe voluto trasformarlo in una borsa. Dieci anni dopo, quei dieci chili erano diventati una tonnellata l’anno. Ancora troppo poco per parlare di una rivoluzione industriale, certo, ma abbastanza perché un esperimento diventasse un materiale presente sul mercato, ritenuto interessante dalle case di moda che al momento lo tengono d’occhio in vista di evoluzioni future. Innovare, in fondo, significa anche questo: accettare di investire tempo in qualcosa prima di sapere se il mondo ne avrà bisogno.

Firenze continuerà a lavorare la pelle. Forse con materiali diversi, forse con tecniche che oggi non esistono ancora. La domanda che pone oggi la sostenibilità alle imprese è proprio questa. È la richiesta di guardare avanti e ripensarsi, in modo da continuare a creare valore. E quando ciò che oggi sembra un esperimento sarà diventato normale, sarà chi avrà avuto la pazienza (o l’incoscienza) di crederci prima che diventasse ovvio, a raccoglierne i frutti.