Quando raccontiamo i percorsi Story Shore utilizziamo spesso parole come autobiografia, intelligenza emotiva, relazioni, narrazione, purpose, leadership generativa. Ma cosa accade, concretamente, quando un’azienda sceglie di far entrare il proprio team in un’aula Story Shore?
È una domanda importante, perché il nostro metodo non è solo un corso che aumenta gli skills, non è certamente terapia e non è neppure una formazione tradizionale nella quale qualcuno trasmette conoscenze e qualcun altro le apprende.
È un percorso che parte da un presupposto semplice: ciò che siamo oggi, anche professionalmente, nasce da una storia.
Il nostro modo di prendere decisioni, di affrontare un cambiamento, di esercitare la leadership, di entrare in relazione con collaboratori e clienti, persino il modo in cui immaginiamo il successo o il futuro della nostra impresa, non nasce nel momento in cui assumiamo un ruolo professionale.
Viene da più lontano.
Partire dalle tracce
Per questo nei percorsi Story Shore iniziamo dalle tracce.
Esperienze, incontri, luoghi, passaggi, scelte, successi e fallimenti lasciano segni. Alcuni sono evidenti, altri diventano visibili soltanto quando torniamo a guardarli da una prospettiva diversa.
Attraverso esercizi guidati torniamo su alcuni passaggi della nostra storia e proviamo a interrogarli: perché quella scelta? Che cosa mi ha insegnato quell’esperienza? Quali persone hanno influenzato il mio modo di pensare? Quali valori ritornano nelle decisioni che ho preso? Quali comportamenti continuo a ripetere?
Scrivere significa, in questo caso, creare una distanza tra noi e ciò che abbiamo vissuto. Una distanza sufficiente per cominciare a vedere una trama dove prima vedevamo soltanto una successione di avvenimenti.
Scrivere di un’esperienza ci obbliga a metterla a fuoco. Per trasformare ciò che abbiamo vissuto in parole dobbiamo selezionare gli elementi che consideriamo significativi, stabilire relazioni tra gli eventi, scegliere le parole con cui rappresentarli e dare loro una forma.
È anche per questo che scrivere di sé è diverso dal raccontarsi oralmente. La parola pronunciata può procedere per associazioni, correggersi, disperdersi o essere influenzata dalla reazione di chi ascolta. La scrittura richiede invece di fermarsi, scegliere e lasciare una traccia di ciò che abbiamo scelto di dire. In questo senso, scrivendo assumiamo anche un impegno nei confronti di ciò che abbiamo scritto: possiamo rileggerlo, interrogarlo, riconoscerci oppure accorgerci che quella rappresentazione non ci corrisponde più.
Nei percorsi Story Shore la scrittura autobiografica non ha quindi come obiettivo la qualità letteraria del testo. È uno strumento di conoscenza e di riflessione.
La teoria serve a fare domande migliori
Nei nostri percorsi la scrittura non è mai separata dalla conoscenza.
Ogni fase è accompagnata da momenti teorici che attingono a discipline differenti: studi autobiografici, filosofia, psicologia narrativa, neuroscienze, sociologia, studi sulla leadership e sulle organizzazioni.
Non ci interessa accumulare concetti. Ci interessa utilizzarli come strumenti per leggere l’esperienza.
La teoria può offrirci una lente nuova attraverso cui osservare qualcosa che conosciamo molto bene — la nostra vita — ma che proprio per questo non sempre riusciamo a vedere.
Prima comprendiamo un meccanismo, poi proviamo a cercarne le tracce nella nostra esperienza.
È in questo passaggio continuo tra pensiero ed esperienza che la conoscenza smette di essere astratta e comincia a riguardarci.
Scrivere da soli, comprendere insieme
C’è poi un elemento essenziale nel metodo Story Shore: la relazione.
La scrittura autobiografica avviene individualmente. Ognuno scrive per sé e decide liberamente cosa condividere.
Ma il percorso avviene insieme agli altri.
Ascoltare una storia diversa dalla nostra può produrre un riconoscimento inatteso. Una parola, una scelta, un’esperienza raccontata da un’altra persona può far emergere qualcosa che nella nostra storia non avevamo ancora visto.
Non perché le esperienze siano uguali. Spesso accade esattamente il contrario.
È la differenza a costringerci a cambiare prospettiva.
Per questo nei nostri incontri alterniamo teoria, esercizi autobiografici, momenti di riflessione individuale, condivisione e confronto. Non sono parti separate del percorso: ciascuna modifica il significato delle altre.
La relazione diventa così uno spazio di apprendimento.
Non cerchiamo una storia perfetta
Quando lavoriamo sulla nostra autobiografia può nascere una tentazione: cercare una spiegazione coerente di tutto ciò che ci è accaduto.
Ma una vita non è un curriculum riscritto bene.
È fatta anche di contraddizioni, deviazioni, errori, ripensamenti, incontri casuali e strade abbandonate.
Non lavoriamo sulla storia per renderla più bella. Lavoriamo per comprenderla meglio, riconoscendo anche il significato di quegli elementi che abbiamo a lungo considerato debolezze e che, riletti da una prospettiva diversa, possono talvolta diventare risorse.
Questo significa anche accettare che alcune esperienze possano, nel tempo, assumere significati diversi. Proprio in questa possibilità di rilettura sta una parte importante del percorso.
La consapevolezza non nasce dalla costruzione di una versione definitiva di noi stessi, ma dalla capacità di riconoscerci come persone in continuo cambiamento.
Nei percorsi Story Shore non torniamo al passato per restarci ma per guardare al futuro.
Guardiamo indietro per capire meglio da dove stiamo guardando il futuro.
Quando riconosciamo le esperienze che hanno costruito il nostro modo di pensare e di agire, possiamo cominciare a distinguere ciò che vogliamo continuare a portare con noi da ciò che, invece, non ci rappresenta più.
Vale per le persone e vale per le imprese.
Anche un’impresa possiede una storia, una cultura, un insieme di valori dichiarati e impliciti, modi consolidati di decidere e di stare in relazione con il proprio ecosistema.
Comprenderne le radici può aiutarci a riconoscere ciò che la rende unica, ma anche ciò che deve evolvere.
È qui che il lavoro autobiografico incontra il purpose, la leadership e la capacità di generare impatto.
La domanda non è più soltanto “da dove vengo?”, ma diventa:
“Sapendo ciò che mi ha portato fin qui, dove scelgo di andare?”
È in questo passaggio che una storia diventa possibilità di scelta.



